Paolo Beneforti

Scultore – Pittore

Critica

Pensare per immagini

di Siliano Simoncini

Il tema di riferimento di questa mostra si genera da un’opera che Paolo Beneforti ha intitolato Trasformazioni delle civiltà come il convegno organizzato dall’associazione di studi sociali PoieinLab di Pistoia. L’opera faceva da “manifesto” nei giorni in cui l’incontro ebbe luogo, nel novembre dello scorso anno, e sicuramente gli argomenti trattati in quell’occasione hanno consentito all’artista di riflettere sull’opportunità di realizzare una serie di dipinti che facessero da corollario all’allegoria principale già esposta. Ho incontrato Paolo nel suo studio e dal colloquio ho compreso quanto i quadri che stavo osservando - disposti un po’ ovunque alla rinfusa, - corrispondessero, di fatto, alle sue considerazioni: …sono delle sequenze, incollaggi con tanti temi accostati….arte di strada, pittori della Pop, l’arte di oggi come quella delle Fiere, dove sono presenti molteplici movimenti e tanti stili che coesistono nello stesso momento… i temi vengono dal tempo e acquisiscono fumetto, fiaba, cartone animato… in fondo mi sembra di essere il picassista di turno… del resto, oggi, le nuove generazioni sono abituate e guardare più immagini nello stesso tempo. Ebbene queste frasi, e particolarmente l’ultima, confermano appieno come Beneforti sia riuscito a dare “figura” a simili pensieri, con i dipinti presenti nella mostra. Com’è noto, ci sono artisti pronti ad accettare soltanto le sollecitazioni personali: il proprio privato, la presenza della natura, l’arte come storia e via dicendo e danno sostanza - in immagini - alla loro poetica come testimonianza dell’atto in sé con le implicazioni emotive in prima linea. In contrapposizione, altri prediligono avere come “specchio” del loro mondo espressivo, la realtà con le emergenze sociali, politiche, economiche e, in conseguenza, esistenziali collettive; fanno del loro lavoro un manifesto ideologico in grado di corrispondere certo ai dettami stessi dell’arte, in esso però è prioritario il significato dell’opera, il concetto che lo qualifica. Infatti, parlando dei dipinti per la mostra mi dice: vogliono comunicare le ragioni del nostro tempo, e aggiunge, in merito alla natura del proprio linguaggio artistico presente in queste istantanee “incollate” la scommessa è di farle convivere cercando di dargli senso espressivo. Da quando l’era digitale ha preso il sopravvento, i cambiamenti sono stati radicali; le nuove generazioni, e non soltanto, hanno ben accolto il multiforme e anche utile servizio fornito dal continuo sviluppo dei mezzi di comunicazione e per questo siamo consapevoli che la rete e l’intelligenza artificiale - che si sta prefigurando umanoide - porteranno ancora dei cambiamenti, benefici anche, chi può negarlo! Siamo certi però di non correre alcun rischio? In proposito, ripenso a quanto nel 1984/1985 scriveva Italo Calvino mentre stava predisponendo gli argomenti per le sue Lezioni americane; ovvero, le previste letture all’Università di Harvard Cambridge che non poté né finire e tantomeno presentarle agli studenti del Massachusettes, a causa della sua scomparsa improvvisa e prematura. Nella parte dedicata a uno dei valori letterari da conservare nel prossimo millennio - la Visibilità - lo scrittore fa una riflessione di questa natura - (…) quale sarà il futuro dell’immaginazione individuale in quella che si usa chiamare la “civiltà dell’immagine”? Il potere di evocare immagini in assenza continuerà a svilupparsi in un’umanità sempre più inondata dal diluvio delle immagini prefabbricate? Una volta la memoria visiva di un individuo era limitata al patrimonio delle sue esperienze dirette e a un ridotto repertorio d’immagini riflesse dalla cultura; la possibilità di dar forma a miti personali nasceva dal modo in cui i frammenti di questa memoria si combinavano tra loro in accostamenti inattesi e suggestivi. Oggi siamo bombardati da una tale quantità d’immagini da non saper più distinguere l’esperienza diretta da ciò che abbiamo visto per pochi secondi alla televisione (sic! Pensiamo al nostro presente!). La memoria è ricoperta da strati di frantumi d’immagini come un deposito di spazzatura, dove è sempre più difficile che una figura tra le tante riesca ad acquistare rilievo.(…) il pericolo che stiamo correndo è quello di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini. (…) - Era indispensabile riportare il passo del libro quasi per intero, perché i dipinti di Paolo Benforti - a mio avviso - intendono “combattere”, a distanza di trenta’anni, proprio quel rischio concreto prefigurato da Calvino. In effetti, oggi, soprattutto i giovani, sono capaci di vivere la realtà degli artefatti prefabbricati, in maniera simultanea e nella loro molteplicità. Di fatto, fruiscono e fanno scorrere i percetti reali, proprio come con l’indice della mano spostano dinamicamente le immagini sui loro smartphone. Allora, cosa potremmo fare? Sempre Calvino, suggerisce di intraprendere una pedagogia dell’immaginazione che abitui a controllare la propria visione interiore senza soffocarla. Ebbene, non è quanto tenta di concretare Paolo Beneforti tramite la sua poetica espressiva? I dipinti sono il risultato di un’addizione, di un sovrapporsi iterato d’immagini apparentemente senza alcun nesso: lottatori, un volto perplesso immerso in un acquario, un enorme occhio “minacciato” da un robot formato da caseggiati, il viso di un uomo con occhi in fuori dell’orbita alla presenza di un gatto, un gigante sulla pagina di un libro che spaventa dei passanti, due giovani a fronte di cui uno è un fumatore, mentre l’altra lo osserva stupefatta, dei cittadini in fuga dalla propria città, un gattone bianco che ci spia, una donnona nuda osservata da un lupo e un corvo, il muso di un cane che s’imparenta con quello del padrone dallo sguardo cieco, case in volo osservate da un occhio minaccioso. Questo soltanto un esempio, ma una parte consistente di opere è concepita con lo stesso criterio. E’ chiara l’intenzione dell’artista di corrispondere al presupposto che oggi, le nuove generazioni sono abituate e guardare più immagini nello stesso tempo - come confidava nel nostro colloquio - però come si possono interpretare? Un significato va ricercato, altrimenti l’idea essenziale, secondo cui le immagini vogliono comunicare le ragioni del nostro tempo, come si giustifica? Ognuno di noi avrà delle risposte e quindi, io provo a sostenerne alcune. La concentrazione di eventi fatti emergere dall’inconscio durante la seduta psicanalitica di un paziente, e che il medico/sciamano annota sul taccuino e dopo interpreta e decifra in ragione della rimozione di traumi precedenti, per esempio, potrebbe essere un’ipotesi plausibile. Oppure, l’artista opera spesso in una sorta di trans per cui quanto restituisce in immagini, “emerge” suo malgrado e man mano che la composizione è strutturata in funzione del suo senso estetico, va configurandosi proprio secondo la scommessa di farle (le immagini) convivere cercando di dargli senso espressivo, come lo stesso Beneforti afferma. Anche una terza ipotesi è percorribile: nel momento stesso del fare pittura, i diversi fotogrammi della sequenza che sta avvenendo nello spazio/tempo dell’esecuzione, sono “montati” secondo l’umoralità del regista/pittore che segue impulsi cognitivi in coerenza con quanto in quell’attimo, le potenzialità associative gli suggeriscono. Sappiamo che il rapporto tra le immagini può essere analogo, omologo e concettuale, dunque, ritornando al dipinto preso ad esempio, possiamo dire che gli animali sono l’elemento analogo, i volti e gli sguardi quello omologo e tutto il resto, la relazione concettuale. Un caso? Il gatto bianco spia i nostri comportamenti: affettivi, emotivi, relazionali che tra paure, fiducia e dubbio, portano l’umanità a lottare per la sopravvivenza. Ebbene, il mio tentativo può aprire una strada al fine di cogliere gli elementi o dell’inconscio o della creatività sorgiva tout-court, ma anche “semioticamente”, di poter “leggere” le parole nascoste all’interno delle immagini. Sul piano strettamente pittorico, Paolo Beneforti con quale linguaggio e stile, esemplifica il proprio lavoro? Innanzi tutto, mantenendosi coerente con la personale identità espressiva, ormai consolidata e ben riconoscibile; nel nostro caso anche, e soprattutto, in funzione di una tecnica pittorica compendiaria, fatta di tocchi veloci capaci di restituire l’impressione che tutto stia avvenendo simultaneamente, per cui la definizione più minuziosa nuocerebbe allo scopo. Inoltre, molto gioca lo stile “fumettistico” (notare come il segno nero di contorno dia la possibilità di fissare meglio le immagini rendendole più visibili) e, in particolare, aiuti a esprimere meglio le intenzioni dell’artista, la limitata tavolozza cromatica basata essenzialmente su un tonalismo plastico capace di dare corpo/sostanza alle apparizioni. Un settore della mostra è dedicato ai Ritratti d’affezione, amici e maestri: Baldovino, Valerio Gelli, Giacomo Trinci e Marino Marini. Il suo autoritratto li accompagna come in un ideale viaggio nella memoria, nel film della vita, e così si comprende meglio anche il resto delle opere che fanno da corollario alle ragioni stesse dell’essere artista di Paolo Beneforti. In questi cinque dipinti Paolo non usa la compendiarità, bensì mette alla prova le sue doti tecniche che pur sfiorando il virtuosismo, mai vi cadono. Questo significa che lui ha raggiunto una maturità pittorica ed espressiva di cui la mostra rende il giusto merito. Infatti, Beneforti è un artista le cui esplicite qualità consentono di menzionarlo, di diritto, tra gli artisti più rappresentativi della sua generazione.

Ritratti con tracce

di Siliano Simoncini

Paolo Beneforti con la sua arte ha sempre raccontato per immagini. Prima di tutto ha “clonato” un se stesso, dipinto e scolpito, dando vita al protagonista delle sue allegorie: l’uomo inedito, in quanto normale per forma e nell’abbigliamento, che percorre da tempo il meandro dell’enigma esistenziale presente nel “precipizio” incantato dell’opera di cui è l’interprete. In seguito, a prendere “consistenza”, sono stati gli ambienti, lo spazio fisico e storico dove “lui” ha potuto inoltrarvisi in cammino; ora munito di lanterna, ora in compagnia di animali. Di recente, Paolo ha consentito al suo alter ego di trasformarsi in gigante (oppure è il mondo che si è miniaturizzato?) e lo vediamo circolare per le vie della nostra città o avviarsi verso la montagna. Perché questa breve premessa? Per comprendere meglio il soggetto che invece qualifica i dipinti e i disegni presenti nella mostra. Ci troviamo di fronte a dei ritratti - realizzati sì con abile tecnica realistica ma del tutto caratterizzati da un linguaggio molto espressivo e personale - che per l’artista costituiscono il paradigma di un mondo altro da sé il quale, di fatto, lo “rappresenta”: Marguerite Duras scrittrice, Giorgio Caproni poeta e narratore, Louis Stevenson, Joseph Conrad, Robert Musil, Elias Canetti, Philip K. Dick, Terry Pratchett, Michele Mari, David Foster Wallace, scrittori, Hugo Pratt disegnatore di fumetti, Pablo Picasso e Paul Klee pittori. Una teoria di presenze che grazie alle approfondite conoscenze dell’artista rispetto a ogni singolo autore, ci rivelano “la sintesi” della loro poetica letteraria, filosofica o artistica in quanto, ogni dipinto e disegno presenta, come fondo, tracce precise per chi voglia interpretare al meglio i singoli riferimenti scelti da Beneforti. Tracce che l’artista, forse, considera “ritualmente sacre”. Per tutto questo il visitatore della mostra, avendo al proprio fianco il “lui” virtuale, si trova a percorrere un cammino nell’olimpo o nel tempio, di un mondo affatto raggelato - come potrebbe esserlo un omaggio celebrativo al famedio di ogni autore - bensì “vivo” e comunicante proprio grazie all’identità che ciascuno, in maniera autonoma, potrà condividere. Paolo Beneforti ha dunque scelto autori che al suo posto hanno viaggiato e scritto “cose che voi umani, non avete potuto vedere” e di cui si è fatto specchio “raccontandoli”, a sua volta, non con le parole ma per immagini.

La barba di Perec

di Elena Zucconi Diceva Billy Wilder “Non è necessario che un regista sappia scrivere ma, se sa leggere, aiuta”. Questa frase mi è tornata alla mente quando ho visto per la prima volta le opere di Paolo Beneforti. Paolo è sicuramente un lettore appassionato, che delle parole fa un uso giocoso. Ama i cruciverba, i rebus, scomporre e ricomporre frasi in maniera bizzarra, i giochi di parole. Il suo amore per la lettura non poteva che emergere in maniera fortissima anche dalle sue opere. I libri per lui sono un universo da esplorare, ma anche materia da plasmare. Le pagine allora, aperte e incollate su un supporto, possono diventare lo sfondo scritto di un disegno, altre volte invece, il libro diventa scultura, può essere sapientemente ritagliato e un volto può far capolino tra le due copertine, oppure essere trasformato in un comodo letto dove un bambino e il suo gatto in terracotta giacciono profondamente addormentati, oppure molto più allegoricamente, trasformarsi in una porta, in una scala da discendere prudentemente muniti di lanterna. È questa scala appena discesa che ci permetterà di accedere ad una delle mostre più intime e personali di un artista tanto originale. Nella mostra “Vati privati” si manifesta ancora prepotentemente l'amore per la lettura, questa volta, attraverso i ritratti degli scrittori che abitano l'Olimpo privato – la mostra avrebbe potuto chiamarsi anche così – di Paolo Beneforti. Ancora una volta, i libri di questi scrittori e i racconti e le storie e soprattutto le parole che contengono prendono vita, si scompongono e ricompongono in maniera personale e originale diventando disegno e pittura e gioco, prendendo possesso delle tele, a volte sullo sfondo, timidamente, a volte in modo più prepotente quasi sommergendo il volto dello scrittore. Tra i volti degli scrittori (Terry Pratchett, Joseph Conrad, P. K. Dick, David Foster Wallace, Robert Louis Stevenson e molti altri) mi ha colpito l'immagine di Georges Perec nella cui barba si annidano le lettere dell'alfabeto con cui amava divertirsi. Questo disegno è, secondo me, l'esempio più lampante dell'amore che Paolo Beneforti prova nei confronti dei suoi Vati Privati. La mostra nasce per essere esposta in una libreria, meglio se di vecchi libri. È sicuramente il suo ambiente ideale. E io non posso fare a meno di pensare che, a porte chiuse, preferibilmente di notte, ovvio!, tra i libri, le singole lettere dell'alfabeto, i quadri, gli scrittori e le parole nasca un gioco tumultuoso. E il capobanda non potrà che essere la barba di Perec.

La mostra “Grandi maestri, piccole sculture”

I LIBRI IMMAGINARI DI PAOLO BENEFORTI di Paolo Albani

Il libro è uno dei temi ricorrenti, suggestivi della ricerca artistica di Paolo Beneforti, il libro, realizzato in vari materiali (bronzo, terracotta, ottone, marmo, travertino, ecc.), come luogo magico, labirintico, quasi impenetrabile della scrittura, fenomenica traccia cui sono affidate le nostre capacità (velleità?) di dare un senso al mondo. Così, si potrebbe dire che la poetica di Beneforti si svolge in un libro aperto. Un libro a volte illeggibile per lettori inesistenti; un libro sulla cui sommità appisolarsi e godersi un riposo sicuro; o dove sdraiarsi rimboccandosi le pagine per starsene un po' al calduccio delle parole e sognare, magari borgesianamente altri libri o più semplicemente il modo di evadere dalla voliera (alfabetica) che ci tiene prigionieri, forse lì a ricordarci che, oltre a parlare un certo linguaggio, noi spesso ci comportiamo come se fossimo «parlati» dal linguaggio, cioè ad esso succubi, asserviti. Un libro all'interno del quale curiosare in cerca di un altrove nascosto dietro le pieghe del linguaggio; un libro da cui affacciarsi per scrutare il cielo, attraverso il filtro di un altro libro, dopo una lunga, benefica immersione in un mare di segni; un libro così avvincente che lo si può leggere stando tranquillamente seduti sul dorso di un leone, volgendo le spalle alla sua criniera; oppure un libro che è solo un pretesto cartaceo per un incontro galante o che, in un accumulo di lacerazioni e di interventi a sottrarre, si trasforma in un volto umano (non siamo più noi a guardare il libro, ma è il libro che ci osserva, che c'interroga). È ancora un libro che, posato sugli occhi di un pittore cieco le cui mani stringono due affilati pennelli, gli permette di avanzare, di proseguire senza indugi per la propria strada. Sono ancora dei libri a prendersi il compito d'incarnare la metafora della «discesa nel profondo»: accade nell'opera di Beneforti in cui un uomo con una candela in mano s'inoltra all'interno di una pila di libri, come se scendesse giù in basso nel buio di uno scantinato, nell'inconscio del libro dov'è lecito immaginarsi siano custoditi interminabili archivi di frasi, frasi significative di scrittori, ma anche di espressioni inquietanti, scomode, impronunciabili o solo potenziali. In alcuni deliziosi lavori di Beneforti, sempre sul tema del libro, affiorano, a volte in modo esplicito, i richiami delle sue letture preferite come nel bozzetto dedicato alla manganelliana Palude definitiva o nei libri-puzzle, gustose opere in cui la forma del libro si definisce nell'accostamento di una serie di pezzi provenienti da libri diversi, pezzi sagomati alla maniera tipica dei puzzle, e che s'ispirano al gioco della ricomposizione mirabilmente affrontato da Georges Perec ad esempio ne La vie mode d'emploi e in Un cabinet d'amateur. Nella «biblioteca del possibile» di Beneforti i libri s'illuminano, in tutta la loro grazia tipografica, sul volto assorto del lettore, diventano i suoi occhi aperti sulla realtà, una realtà che assume a tratti una dimensione sempre più incline verso il fiabesco, il fantastico, il meraviglioso, e sempre meno verso il libresco. Avventurarsi fra i libri di Beneforti è davvero una lettura seducente, un viaggio emozionante, una ri-creazione visiva che induce allo smarrimento, al lasciarsi sorprendere fra le pagine di un testo-oggetto, di una scrittura materica poeticamente densa, di una corporeità delicata, leggera. (2004)

Da qui.


Il ritorno del Waldgänger

di Roberto Carifi

Se il Waldgänger tornasse, come il filosofo nel mito platonico della caverna, cosa racconterebbe, con quale lingua direbbe ciò che ha visto, verrebbe compreso oppure verrebbe ucciso? Forse avrebbe per dimora una soglia, come in Il ritorno del Waldgänger di Paolo Beneforti abiterebbe un confine ai margini del bosco, si terrebbe ancora in prossimità della sua luce scura. Parlerebbe un'altra lingua, una lingua indicibile, intraducibile come quella dell'Angelo rilkiano. Dunque non racconterebbe nulla, la sua parola impastata di silenzio potrebbe soltanto mostrare. Tutte le figure di Beneforti indicano, fanno segno, accennano come l'oracolo nella versione di Eraclito. La loro è una perfetta Offenbarung, una perfetta Rivelazione. Il silenzio non è in Beneforti uno sfondo, un orizzonte del dire che si sottragga per impotenza, un intervallo tra le parole. E' piuttosto il silenzio delle parole, accompagna inesorabilmente il linguaggio come suo controcanto, come sua inesauribile tragedia. La forza di queste opere proviene dalla loro disperata nudità metafisica, dalla loro assoluta Presenza che interamente porta alla luce e tuttavia dissolve il senso ultimo del mondo, lo mostra appunto nel suo essere radicalmente indicibile, potentemente undicthbar. Nessuna allusione o evocazione, né aure né ridondanze. Beneforti ha scelto una lingua scheletrica, muta non per insufficienza o rinuncia ma perché il 'più dire' dei poeti e degli artisti nell'età nichilista appartiene necessariamente al Mistico, a un'altra lingua che mostra senza più dimostrare. La palude definitiva lascia pensare all'acquitrino del nichilismo dove galleggia il cadavere di Dio, e certo l'uomo che cavalca il leone consente ulteriori riferimenti a Nietsche. Beneforti è un artista colto, capace di un autentico approccio philosophisch senza che mai si avverta la pesantezza della citazione, senza che la naturalezza di questi simboli riposanti in se stessi autorizzi sospetti di intellettualismo. Davanti agli oggetti di Beneforti si resta folgorati dalla loro lingua di pietra, si comprende come non si potrebbe dire altrimenti il mistero dell'indicibile, l'oltranza di un dire che sempre ci riunisce alla tragedia del mondo. Credo che Beneforti lavori in prossimità del Nulla, abiti le stesse contrade, lo stesso Wildenis dei ribelli di Jünger che non a caso ha scritto: "Se chiudo gli occhi, scorgo a volte un paesaggio tetro ai margini dell'infinito, con pietre scogliere e montagne. Sullo sfondo, ai bordi di un mare nero, riconosco me stesso, una figura minuscola, quasi tratteggiata a gesso. Quello è il mio avamposto, prossimo al Nulla - laggiù, nell'abisso, io conduco da solo la mia lotta". Da un analogo, solitario avamposto Beneforti sfida, come ogni grande artista, gli abissi del linguaggio.