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Il ritorno del Waldgänger
Se il Waldgänger tornasse, come il filosofo nel mito platonico della caverna, cosa racconterebbe, con quale lingua direbbe ciò che ha visto, verrebbe compreso oppure verrebbe ucciso? Forse avrebbe per dimora una soglia, come in Il ritorno del Waldgänger di Paolo Beneforti abiterebbe un confine ai margini del bosco, si terrebbe ancora in prossimità della sua luce scura. Parlerebbe un'altra lingua, una lingua indicibile, intraducibile come quella dell'Angelo rilkiano. Dunque non racconterebbe nulla, la sua parola impastata di silenzio potrebbe soltanto mostrare. Tutte le figure di Beneforti indicano, fanno segno, accennano come l'oracolo nella versione di Eraclito. La loro è una perfetta Offenbarung, una perfetta Rivelazione. Il silenzio non è in Beneforti uno sfondo, un orizzonte del dire che si sottragga per impotenza, un intervallo tra le parole. E' piuttosto il silenzio delle parole, accompagna inesorabilmente il linguaggio come suo controcanto, come sua inesauribile tragedia. La forza di queste opere proviene dalla loro disperata nudità metafisica, dalla loro assoluta Presenza che interamente porta alla luce e tuttavia dissolve il senso ultimo del mondo, lo mostra appunto nel suo essere radicalmente indicibile, potentemente undicthbar. Nessuna allusione o evocazione, né aure né ridondanze. Beneforti ha scelto una lingua scheletrica, muta non per insufficienza o rinuncia ma perché il 'più dire' dei poeti e degli artisti nell'età nichilista appartiene necessariamente al Mistico, a un'altra lingua che mostra senza più dimostrare. La palude definitiva lascia pensare all'acquitrino del nichilismo dove galleggia il cadavere di Dio, e certo l'uomo che cavalca il leone consente ulteriori riferimenti a Nietsche. Beneforti è un artista colto, capace di un autentico approccio philosophisch senza che mai si avverta la pesantezza della citazione, senza che la naturalezza di questi simboli riposanti in se stessi autorizzi sospetti di intellettualismo. Davanti agli oggetti di Beneforti si resta folgorati dalla loro lingua di pietra, si comprende come non si potrebbe dire altrimenti il mistero dell'indicibile, l'oltranza di un dire che sempre ci riunisce alla tragedia del mondo. Credo che Beneforti lavori in prossimità del Nulla, abiti le stesse contrade, lo stesso Wildenis dei ribelli di Jünger che non a caso ha scritto: "Se chiudo gli occhi, scorgo a volte un paesaggio tetro ai margini dell'infinito, con pietre scogliere e montagne. Sullo sfondo, ai bordi di un mare nero, riconosco me stesso, una figura minuscola, quasi tratteggiata a gesso. Quello è il mio avamposto, prossimo al Nulla - laggiù, nell'abisso, io conduco da solo la mia lotta". Da un analogo, solitario avamposto Beneforti sfida, come ogni grande artista, gli abissi del linguaggio.
Roberto Carifi
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